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| Orbetello |
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"Da ogni lato è recintata da una diga poderosa. La sua forza principale si basa sulla posizione al centro di una vasta laguna, protetta dagli attacchi del mare da due cordoni di sabbia che uniscono l'Argentario alla terraferma e sul fatto che è possibile avvicinarsi alla città solo attraverso l'istmo su cui si trova: una posizione singolarmente simile a quella di Città del Messico".
G. Dennis, Città e Necropoli dell'Etruria, 1840/70. |
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"Fino al 1930 si entrava in città, titolo che Orbetello ebbe da Siena, passando per un ponte levatoio, quasi camminando sull'acqua. Infatti la sua cerchia delle mura saliva dalla laguna e gli Spagnoli avevano scavato, immediatamente al di là dei bastioni, un largo fossato che univa i due specchi lagunari isolando Orbetello dalla terraferma. La cittadina era un'isola sorgente dalle acque, ed Anadiomene la chiamò infatti un suo eclettico figlio, Raffaele del Rosso, il quale la sognava porto di Roma. Per i vecchi orbetellani era invece la "Piccola Venezia", e a chi faceva loro notare che, forse, nell'appellativo traspariva un po' di presunzione, rispondevano con modestia di non avere mai pensato che Venezia fosse...la grande Orbetello!"
P.Salvucci, La costa che è d'argento, 1965. |
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| La formazione della costa |
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La linea della costa al cui centro sorge Orbetello è abbastanza complessa, ed è il risultato di una lunga trasformazione, a partire dall'inabissamento della Tirrenide, contemporaneo alla formazione della catena appenninica, che determinò l'isolamento di alcune vette, rimaste poi circondate dalle acque: l'Argentario e le isole del Giglio e di Giannutri. |
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Solo successivamente, circa un milione di anni fa, si formarono le colline sulla fascia costiera orbetellana, i colli di Sant'Angelo, parallelamente all'orogenesi dei monti dell'Uccellina, più a nord, e tramite di depositi di detriti di erosione, si allargò la pianura costiera. |
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Quello che ora si chiama promontorio dell'Argentario, in tempi relativamente recenti, cioè in epoca romana, ancora aveva le caratteristiche di un'isola, la cosiddetta Insula Matidiae, dal nome della proprietaria, figlia dell'Imperatore Traiano. |
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Le acque marine vennero racchiuse dapprima sul lato a sud-est dal tombolo di FENIGLIA, che partendo da Ansedonia progredì nel mare fino a raggiungere l'Argentario dove, in località Pertuso pare che sia rimasto per lungo tempo ancora un canale di comunicazione al mare aperto fino ad epoca storica, oggi completamente interrato. |
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Dal lato nord-ovest, il processo avvenne contemporaneamente, ma con maggiore lentezza e non si compì mai del tutto perché il tombolo detto di Giannella(dal cognome di un affittuario cinquecentesco) non andò a saldarsi al monte. |
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Questo fu in parte dovuto anche all'intervento umano; i Romani infatti cercarono di salvare la Laguna dall'impaludamento impedendo che il bacino stagnante di acqua salmastra si isolasse del tutto dal mare, permettendo invece alle correnti marine di entrarvi e circolare, ossigenandolo e tenendolo vivo. Il canale di Nassa, a Santa Liberata, rimase perciò quello più largo, ed ancora è aperto, mentre furono creati altri sbocchi artificiali a Fibbia (Albinia) ed Ansedonia, per favorire il flusso delle acque. |
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Quando Rutilio Namaziano, scrittore latino, nel 416 d.C. passò navigando lungo queste coste, scrisse nel suo Itinerario: "Sporge questo monte in mezzo all'acque, e da due parti preme il curvo mare. Si allunga nei trasversali poggi per sei miglia ed il suo perimetro è di ventiquattro." |
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La Laguna racchiusa dai tomboli è rimasta per secoli un unico specchio, fino a quando, nel 1842, venne costruita la Diga che la divise in due zone, le quali con il passare del tempo hanno acquistato diverse caratteristiche ambientali. La diga è lunga un chilometro circa, con cinque fornici per lo scambio idrico (a metà si apre il ponte principale: il ponte "di mezzo"). Lungo il suo percorso passa la strada che porta verso l'Argentario, ma fino a cinquant'anni fa vi transitava anche un trenino locale che congiungeva Orbetello Scalo con Porto Santo Stefano. |
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| La laguna e i tomboli |
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Chi voglia vere più chiara l'immagine della particolare conformazione della Laguna di Orbetello nel suo complesso può andare sulla cima del Monte Argentario, e là osservare dall'alto la linea costiera che si estende a nord-est: noterà alla sua sinistra il Tombolo di Giannella, ricoperto di vegetazione mista di macchia, di pineta, campi coltivati, abitazioni e campeggi, bagnato a nord-ovest dal mare. L'ampia insenatura inizia in località Santa Liberata sul Monte Argentario e si salda alla costa alla foce dell'Albegna, nei pressi dell'abitato di Albinia. |
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Rivolgendosi verso levante si potrà invece riconoscere il tombolo di Feniglia che si stende a sud-est fino a raggiungere la collinetta di Ansedonia, si vede la piccola isola della Formica di Burano, davanti al lago omonimo. |
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Fra i due tomboli si trova la Laguna, con l'abitato di Orbetello di cui si distingue chiaramente il centro storico racchiuso nelle sue mura come una prua di nave e congiunto all'Argentario dalla diga. Più lontano l'abitato che raggiunge la zona della stazione, e la ferrovia stessa sullo sfondo dei colli di Sant'Angelo. |
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La laguna di Orbetello è l'ultimo rimasto dei laghi costieri toscani: la sua sopravvivenza all'impaludamento avvenuto invece per gli altri, oltre ai fattori naturali, si deve anche alla tutela ambientale, alla continua manutenzione ed alle opere periodiche di risanamento che si sono intensificate negli ultimi dieci anni per arginare il crescente fenomeno di un'imponente fioritura algale e per consentire la pesca. |
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Si estende per 2700 ettari e ha due sbocchi al mare: il canale artificiale di Ansedonia ed il canale naturale di Nassa (Santa Liberata) che è il più importante ed è navigabile. Ha poi un terzo sbocco artificiale alla foce dell'Albegna (Fibbia) dove è presente acqua dolce, che affiora dal fondo della laguna in altre numerose polle. Le uscite di Fibbia e di Ansedonia sono dotate di chiuse per la necessità di ricambio delle acque della laguna e degli spostamenti del pesce. |
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Essendo una delle poche aree umide della costa tirrenica, la laguna è diventata meta di passo e sosta di una grande quantità di uccelli: se ne contano 257 specie (ma altre se ne stanno aggiungendo di recente) di cui circa 70 nidificanti. Gli uccelli trovano qui un habitat ideale grazie all'abbondanza di pesce e di invertebrati di cui possono nutrirsi. I più numerosi sono svassi, sterne, gabbiani, anatre e folaghe (circa diecimila ogni inverno). Ci sono anche diverse migliaia fra codoni, fischioni, alzavole, morette e moriglioni e di limicoli (pittime, pettegole, totani, piovanelli, gambecci, beccaccini), ci sono anche una ventina aironi maggiori e altrettante spatole. |
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I fenicotteri si sono moltiplicati e ora se ne contano da 500 a 2000 per tutto l'anno. La nidificazione non è costante perchè risente delle variazioni di livello delle acque e del disturbo umano. Fra i nidificanti ci sono la garzetta e l'airone cinerino, l'occhione, il gruggine e il cavaliere d'italia. I cormorani hanno un enorme sviluppo, raggiungendo gli 8500 esemplari qualche tempo fa ora ridotti a 1500 circa. |
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Le acque della laguna di levante sono più profonde e meno salmastre (fino a due metri di profondità) e per queste caratteristiche vi sostano uccelli che si nutrono sul fondo (FOLAGHE, ANATRE TUFFATRICI, TUFFETTI, SVASSI, CORMORANI) e sulle sue rive crescono canneti dove trovano rifugio per la sosta e per la nidificazione altri uccelli (gallinelle d'acqua, porciglioni, voltolini, cannareccioni, cannaiole, beccamoschini). |
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Sulla riva sud-est, lungo il tombolo di feniglia, si susseguono piccoli specchi stagnanti fra la macchia mediterranea, che ospitano cavalieri d'italia, germani reali e aironi cenerini. La laguna di ponente, dalla salinità più elevata, ha le rive coperte di salicornia e dalla parte dell'entroterra è caratterizzata da isolotti fangosi. Nella parte nord-ovest 800 ettari di costa sono tutelati come oasi di protezione affidati al WWF. |
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| Le Saline |
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La località detta "Saline" si trova all'estremità nord del tombolo di Giannella, vicino al fiume Albegna. Qui, sulla sponda sinistra del fiume, si trova il FORTINO DELLE SALINE, la cui costruzione, come torre, risale al 1469, poi restaurata e ristrutturata nel Cinquecento, successivamente sotto Filippo III di Spagna, soprattutto come difesa contro i pirati. Ha forma quadrata con base a scarpa ed è circondato da una cinta muraria che include anche l'edificio della guarnigione. La sua funzione era principalmente di controllo del porto fluviale e dell'estrazione del sale che qui si è praticata per molti secoli, ma ebbe anche importanza strategica, soprattutto per l'assedio di Orbetello del 1646. Attualmente è adibito a Centro operativo della Sovrintendenza archeologica. |
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| Orbetello la città etrusca |
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E' ormai accertato che l'abitato di Orbetello abbia origini molto antiche, risalenti al tardo villanoviano, o più precesimente all'VIII secolo a.C.. Nella seconda metà dell'800 l'archeologo inglese George Dennis racconta nel suo diario di viaggio nell'Etruria di aver visto con i suoi occhi tombe a camera risalenti al periodo sopra citato, alcune scavate nella roccia, che presentavano due o tre tracce di elementi architettonici di tipo egiziano. |
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Nelle tombe furono trovati molti gioielli, gli ornamenti d'oro erano di grande bellezza: ghirlande di quercia, alloro e foglie di mirto, orecchini a forma di grappolo d'uva. Uno scheletro di donna fu trovato con il cranio ornato da una bellissima corona d'oro con foglie di mirto, orecchini ai lati della testa, una collana decorata con teste umane, pesci, uccelli, farfalle, foglie di edera. In alcuni casi i resti di donne furono trovati con un solo orecchino, usanza attestata a Chiusi, Populonia, Cuma. |
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A partire dai primi decenni del V sec. a.C. non si hanno più testimonianze e pare che in quel periodo sia gli edifici del centro sia la necropoli fossero abbandonati probabilmente a causa della supremazia di VULCI. Tutta l'eredità della città etrusca fu raccolta dalla colonia romana fondata sul colle di Ansedonia, che quasi certamente ne ereditò anche il nome: Cosa (dall'etrusco Cusa, Cusia o Kusa). La città di Cosa che anche Virgilio nominava era dunque l'antica Orbetello etrusca di cui il poeta conosceva l'esistenza prima della romanizzazione. Proprio questa città etrusca mandò aiuti ad ENEA assieme a Calusion CHIUSI, altro centro urbano allora esistente nell'interno del territorio orbetellano (Doganella): |
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"Massico il primo, in su la tigre imposto,
avea di mille giovani un drappello,
che di Chiusi e di Cosa eran venuti,
con l'archi in mano e con saette a'fianchi."
(En.X, 166_169) |
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| Le mura |
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La cinta muraria difensiva appartiene al IV Sec. a.C., cioè al periodo di massimo sviluppo della civiltà etrusca, e consiste in una poderosa cerchia di mura in opera poligonale di III maniera, attualmente ancora visibili quasi per intero, formate da grandi blocchi di pietra sovrapposti senza calcina. Cingono tutto il centro storico, tranne la parte nord-est, che presenta fortificazioni più recenti senesi e spagnole. |
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| Il duomo di Orbetello |
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Il Duomo di Orbetello, Cattedrale di Santa Maria Assunta e Collegiata, si trova quasi certamente sopra i resti di un tempio romano (tesi non confermata è che sia quello dedicato a Giove Vicilino). |
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Già nel Settecento, nel corso di lavori, furono rinvenuti materiali di epoche diverse, e nel 1902 resti etruschi e romani (acquisiti dal Museo archeologico di Firenze). |
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Certamente divenne poi una chiesetta cristiana preromanica, della quale (nel 1964), emerse una parte di pluteo marmoreo del IX secolo (paliotto), con fregi a bassorilievo, che attualmente si trova sull'altare maggiore. Risale invece al 1376 la ristrutturazione successiva, in stile tardo-gotico con motivi già prerinascimentali. L'edificio comprendeva una sola navata con transetto ma successivamente, nel 1585, tutto l'edificio venne ampliato con le navate laterali che hanno modificato sostanzialmente anche la forma originaria della facciata; ha assunto poi la fisionomia attuale con l'aggiunta della Cappella di San Biagio, visibile anche dall'esterno con la cupola con quattro guglie barocche. |
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Il portale, restaurato nel 1923 dall'Opificio delle Pietre dure di Firenze, è inquadrato fra rilievi con simbologie eucaristiche di tralci d'uva in marmo bianco che partono dal basso da una figura umana sulla sinistra e da un vaso sulla destra; nella strombatura si affiancano colonnine a tortiglioni, rosette e punte di diamante. In alto a sinistra compare l'emblema di Orbetello: il leone che infiocina un pesce. Il simbolo del leone nello stemma di Orbetello, secondo la tradizione, sarebbe il leone senese, assegnato anche alla città lagunare con gli attributi della pesca dopo la conquista da parte di Siena avvenuta nel 1414. Sempre all'esterno della cattedrale, sul muro laterale destro, è inserito un rilevo marmoreo funerario di età repubblicana. La torre campanaria è della fine dell'Ottocento ed ha sostituito due campanili precedenti: il primo duecentesco, il secondo in stile barocco. Anche l'interno è completamente ristrutturato in stile barocco, con pavimenti del presbiterio di maioliche policrome napoletane del XVII secolo e una Madonna della stessa epoca che, insieme a qualche pietra tombale testimoniano il periodo spagnolo. |
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| Il mulino |
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Il mulino che oggi si vede sulla laguna di ponente, recentemente restaurato, risale probabilmente al XVI secolo. Faceva parte di una fila di nove mulini azionati dall'energia eolica, come testimonia l'ultimo rimasto, restaurato in epoca spagnola, e detto appunto "Mulino spagnolo". |
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| Porta Media o Terra o del Soccorso |
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Costruita da Filippo III e terminata nel 1620, è in travertino e aveva un frontone, due guglie laterali e altri elementi architettonici ora caduti in laguna. Attalmente fra le porte di Orbetello è la meno conservata. |
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| Porta a Mare o alle Mulina |
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Fu distruitta nel 1896, si trovava all'estremità occidentale della città, di fronte all'Argentario, nella zona detta il Porto. |
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| Porta Nuova a Terra o Porta Moedina Coeli |
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Porta d'ingresso della città, fu costruita sotto la dominazione senese dall'architetto Antonio Maria Lari e terminata dal Cataneo. Risale al 1697 una sua successiva ristrutturazione, sotto il regno di Carlo II, e prese il nome dal vicerè di Napoli allora regnante (Luis Francisco de la Cerde duca di Medinacoeli). La sua funzione era quella di rendere ancora più sicuro il sistema difensivo da terra. Sulla facciata rivolta verso il centro storico, in alto al centro, fu collocato il busto di San Biagio e ancora lo si può vedere rivolgere la benedizione ai cittadini che escono dalla porta. Al di sotto, sopra l'epigrafe che ricorda il completamento dell'opera, lo stemma dei reali di Spagna. Sul lato destro si può invece vedere l'emblema della città di orbetello: il leone che infiocina un pesce. |
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(Informazioni tratte dalla guida di Susanna Cantore "Orbetello natura e storia della città sull'acqua" editrice EFFEQU ORBETELLO) |
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