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Maremma d'Autore
Etruschi in maremma
 
 
 
 
 
 
Etruschi in maremma
 
 
 
 
Etruschi in maremma
 
La Maremma, da Cecina a Corneto delimitata geograficamente da Dante Alighieri nel tredicesimo canto dell'Inferno, nono verso, fu la terra prediletta dagli Etruschi.
 
Sia che fossero un popolo venuto da regioni oltremare tesi di (Erodoto, Strabone, Orazio, Cicerone...); sia che provenissero dal settentrione tesi di: (Niebuhr, Muller e dalla loro scuola); sia, infine che avessero un'origine autoctona ipotesi alla quale si dichiarava favorevole lo storico greco di età augustea, Dionisio di Alicarnasso) è certo che i loro primi insediamenti furono appunto, fra Cecina e Corneto. Se poi si acetta la loro provenienza dall'Oriente, ossia dalla Lidia in Asia Minore, in tal caso Tarquinia (Tarchuna) sarebbe la prima città Etrusca sorta in Maremma ad opera di Tarconte (Tarchon), figlio o fratello di Tirreno, da cui l'eroe eponimo avrebbe avuto l'incarico di provvedere alla fondazione della dodecapoli.
 
Durante il regno di Atys, figlio di Manes, la Lidia fu colpita da una carestia così grave da non trovare l'eguale nella memoria dei più vecchi. La popolazione di quella terra si trovò difronte alla più severa delle prove e in un primo momento fece di tutto per non essere sopraffatta e annientata. Per sopportare meglio i morsi della fame, i Lidii si applicarono con grande assiduità nell'invenzione di oggetti più disparati, realizzando fra le altre cose i dadi. Per diciotto anni condussero questa vita grama, e poiché la carestia non accennava a diminuire Atys prese una decisione estrema, dolorosa, ma estremamente necessaria: divise il suo popolo in due parti ed estrasse a sorte chi doveva lasciare il paese. Atys rimase re della parte più fortunata del suo popolo; mentre affidò i penalizzati del destino a suo figlio Tirseno, il quale, si diresse verso la città di Smirne, da dove, preparate le navi, salparono in cerca di cibo e di un territorio in cui fosse possibile ricominciare una nuova vita.(tratto da un racconto di Erodoto)
 
Ma perchè in Maremma?
 
Se venuti dal mare non avrebbero potuto prendere possesso dei territori meridionali della penisola, già da tempo colonizzati dai Greci. Gli Etruschi erano un popolo che amavano intensamente la vita nei suoi aspetti più rari e più ricchi di gratificazioni, e che la terra del forzato esilio dalla madre patria fosse bella, aveva quindi grande importanza. La Maremma lo era. E la scelsero. L'ariosità e la solarità dell'ambiente; il mare che ricordava quello dei patri lidi; le fresche, pure, pescose acque dei fiumi serpeggianti all'ombra di una fitta e rigogliosa vegetazione; le immense boscaglie gremite dei più svariati animali; il fertile suolo delle valli; la ricchezza di minerali; la panoramicità delle colline su cui potevano costruire i loro centri abitati, le loro case; la tenera roccia calcarea, il tufo, grazie alla quale era loro consentito di praticare al meglio il culto dell'oltretomba; ogni cosa, nella terra che avevano scelto come seconda patria rispondeva ai parametri di un habitat ideale, capace di permettere non solo una vita serena e stimolante, ma anche e soprattutto, una concreta possibilità di avanzamento civile e sociale. Aspirazione quest'ultima, che si sarebbe puntualmente verificata, com'è universalmente noto.
 
E per quanto riguarda la quotidianità, specie nei primi secoli della loro esistenza, è nelle tombe tarquinesi della magnifica necropoli di Monterozzi che gli Etruschi hanno lasciato i segni più evidenti e spettacolari della loro vitalità, del loro desiderio di immergersi nella natura, del loro bisogno ancestrale di praticare la caccia e la pesca, della loro voglia di socializzare, di divertirsi, scatenarsi nelle danze più sfrenate, di banchettare, di misurarsi nelle più diverse competizioni agonistiche, di non privarsi, tutt'altro, dei piaceri del sesso. Eccoli quindi nei dipinti della Tomba delle Leonesse, mentre gozzovigliavano adagiati sui triclini e ballano freneticamente al suono dei doppi flauti animati dal soffio sapiente dei Tubulones come i Romani chiamavano questi antichi musici, che anche nella tomba dei leopardi allietano con i citaderi le crapule dei signori. Eccoli effigiati sulle pareti della tomba della caccia e delle pesca dove solcano a bordo di un'esile barchetta un mare in bonaccia ricco di guizzanti delfini e martin pescatori.
 
Oggi grazie agli studi di coloro che hanno saputo leggere la vita quotidiana di questo popolo straordinario possiamo sapere che gli Etruschi furono abilissimi nel campo della ricerca e dello sfruttamento delle acque; nella soluzione dei problemi di ingegneria idraulica; nello sfruttamento dei giacimenti minerari e nell'arte di lavorare i metalli in varie forme (toreutica); nella tecnica della pittura e della decorazione di vasi (ceramografia); nella lavorazione dell'oro e dell'avorio per ricavarne gioielli e utensili di pregio e in quelle in terracotta per la realizzazione di sarcofaghi, di frontoni templari, di figure umane. Straordinari erano i bronzisti un esempio è tra i molti il lampadario figurato di Cortona. Commercianti molto attivi e di grande competenza, cultori della medicina con finalità pratiche e implicazioni magico-religiose, gli Etruschi non eccellevano invece nell'agricoltura che ritenevano degna di essere praticata soltanto da persone "inferiori", anche se non disprezzavano la coltura della vite, il cui protettore era il Dio della confederazione, Veltumna. Erano, al contrario, provetti navigatori e nei secoli immediatamente successivi alla loro trasmigrazione sul suolo italico, furono in molti ad arricchirsi con l'attività della pirateria esercitata su vasta scala e con una spregiudicatezza, si dice, non comune.
 
Una cura particolare, gli Etruschi riservavano al culto dei morti. Predisponevano per se stessi e per i loro congiunti sepolcri prestigiosi, dipinti talvolta con raffigurazioni in rilievo.
 
Quanto alla religione, gli Etruschi erano condizionati dalla credenza che la volta celeste fosse popolata da divinità terrestri o della natura, infernali o del fato, grandi divinità. Dalle manifestazioni del cielo, come dai segni del fegato degli animali sacrificati, gli Aruspici osservatori delle viscere traevano buoni o cattivi auspici (da auspice, letteralmente "osservatore degli uccelli"). Relativamente al cielo, la forma di una nuvola, il suo colore, il volo degli uccelli, appunto, in una determinata direzione, la visione di un tramonto o di un'alba particolari, il verificarsi di un fenomeno atmosferico singolare, il prorompere di un fulmine, il giorno o l'ora in cui questo accadeva, erano tutti segnali che, a seconda dei settori in cui venivano osservati, davano positivi o negativi responsi, ai quali gli Etruschi, per il rispetto della disciplina divinatoria, erano obbligati a sottostare.
 
Per quanto concerne il modo di esprimersi, gli Etruschi non parlavano una lingua, da noi indecifrabile, come per molto tempo si era ritenuto, considerandola avvolta in un alone di mistero. L'alfabeto etrusco, infatti, è leggibile senza alcuna difficoltà, ormai i vocaboli conosciuti sono un buon numero, il problema sta nel fatto che, delle undicimila iscrizioni etrusche venute alla luce, soltanto quattro o cinque hanno una certa lunghezza.
 
Le altre, tutte molto brevi, e soprattutto di carattere funerario, ripetano press'a poco le stesse formule dedicatorie, da qui la limitatezza delle parole conosciute e, quindi, l'impossibilità ad esempio di decifrare completamente il manoscritto su tela della mummia conservata nel museo di Zagabria: un testo liturgico costituito da millecinquecento parole.
 
Il vero mistero degli Etruschi non è la loro scrittura, come per molto tempo si era pensato, ma la loro origine, rispetto alla quale le opinioni degli studiosi sono assai diverse e contrastanti, tanto da renderci chiarissima la constatazione secondo la quale sono le origini, e solo questo il vero, arduo problema da risolvere. A tale proposito, consideriamo tutt'altro che superflua la seguente curiosità conclusiva. Nel 1985 è stato inaugurato a Manciano (Grosseto) il Museo di Preistoria e protostoria della valle del fiume Fiora e il professor Massimo Pallottino, molto interessato alla cultura di Rinaldone (fine del III Millennio a.C. inizio del II) così ben rappresentata nell'istituzione esposistiva Mancianese, in quanto il grande archeologo non era ostile all'idea di una derivazione degli etruschi dalle popolazioni Rinaldoniane dell'età del rame (Eneolitico), vissute in modo particolare nella media valle del fiume Fiora. Nel suo volume "Civiltà artistica etrusco-italica" afferma: storicamente la civiltà etrusca, considerati anche i fenomeni artistici, è un fatto italiano.